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SANGUE INFETTO - UN CASO TRATTATO DALLO STUDIO LEGALE

24 Mar

CORRIERE DI BOLOGNA - Sangue infetto, donna muore dopo una trasfusione: le figlie ricevono tutto l'indennizzo dopo 16 anni

scritto da Lodovica Brognoli e pubblicato sul Corriere di Bologna

Parma, la signora ha contratto l'epatite C verso la fine degli anni '80, poi la morte nel 2002. Dopo un primo risarcimento di quasi 80 mila euro, la lunga attesa per ricevere gli interessi pari a 9mila euro

Ci sono voluti anni di cause legali, «tanta pazienza» e soprattutto l’aiuto di una legale che, a un certo punto, ha deciso di andare avanti nonostante gli ostacoli, perché «è ingiusto che la lentezza e i ritardi dei risarcimenti debbano essere sempre a discapito di chi, addirittura, per queste vicende ci è morto». Dopo più di un quindicennio, infatti, giustizia è stata fatta per le tre sorelle della provincia di Parma che hanno perso la loro mamma a causa di una trasfusione di sangue infetta, riuscendo a essere finalmente risarcite del tutto. La loro storia, raccontata dall’avvocata Francesca Surano che le ha seguite fin dall’inizio, sembra avere dell’incredibile, ma in realtà riguarda tante persone, soprattutto quelle «che ormai sono anziane, perché negli anni Ottanta le trasfusioni non erano particolarmente controllate». Affonda le sue radici proprio verso la fine di quel decennio, quando una signora di mezz'età, dopo essersi sottoposta a una trasfusione di sangue, contrae l’epatite C, che ne avrebbe causato poi la morte nel 2002, all’età di 82 anni. A dimostrare la correlazione tra la trasfusione e la malattia, che alla protagonista di questa vicenda non ha lasciato scampo, ci sono le cartelle cliniche delle sue tre figlie: le eredi della signora. Nel mio caso, spiega la legale, «siamo riuscite a dimostrare il nesso causale tra somministrazione dei materiali infetti e la morte dopo quattro anni, cioè nel 2008».

A dover ripagare i familiari della vittima, il destinatario della richiesta di risarcimento, è lo stesso Ministero della Salute, che ha il compito di monitorare che il sangue utilizzato per le trasfusioni non sia contaminato da virus. Pena il pagamento di indennizzi per coloro che rimangono danneggiati dalla contrazione di eventuali malattie, come stabilito dalla legge 210 del 1992. La pubblica amministrazione però, prosegue Surano, «non risponde e quindi le tre sorelle decidono, insieme, di portare avanti la causa contro il Ministero». Da questo punto di vista, aggiunge, «siamo anche state fortunate perché il Ministero ha erogato la somma una tantum prevista addirittura durante il corso del giudizio». Si tratta di un risarcimento di quasi 80 mila euro, «che però non mi ha soddisfatto». Le assistite, per l’avvocata, meritavano qualcosa di più: il riconoscimento degli interessi e della rivalutazione monetaria da ritardo nell’erogazione. Ancora una volta, però, si sono presentate complicazioni. Lettere, pec, raccomandate, tutto inutile: «il Ministero non ci rispondeva». Per questo, si è dovuto procedere con un’altra causa. Secondo l’avvocata, infatti, «si doveva andare avanti. Ho detto alle signore: “fatemelo fare”, anche sostenendola autonomamente a livello economico, non gravando su di loro».

Alla fine, la sentenza del giudice di pace è arrivata nel 2011, riconoscendo 9 mila euro a titolo di interessi sul risarcimento una tantum. Il tempo però passa senza che il Ministero paghi il conto e Surano ammette di essere senza speranze, già pronta a dire alle sue assistite «mi spiace, ma questi 9 mila euro proprio non riusciamo a portarli a casa». A fine ottobre 2024, però, arriva una pec dal Ministero della Salute: dà la sua disponibilità a liquidare le somme definite dal giudice di pace. Finisce così un caso giudiziario di una lunghezza «allucinante ed eccessiva», dice Surano, ammettendo però che il suo finale “lieto” può dare forza, «un segnale positivo ai tanti altri che hanno vissuto la stessa cosa». A distanza di tantissimi anni, commenta Surano, si è dimostrato che «avevo ragione sul riconoscimento degli interessi» e, dopo «innumerevoli ostacoli e pignoramenti negativi» la legale ammette di esserne uscita «soddisfatta e contentissima».

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